Virus e permafrost

Più lontano di così: Brevig Mission si trova in Alaska (Stati Uniti). E’ un piccolo villaggio sperduto nel freddo e ha avuto il suo posto d’onore negli annali della scienza. E dei virus.

Novembre 1918. Nel mondo stava per finire una guerra, vent’anni dopo ne sarebbe scoppiata un’altra, nel frattempo un terribile virus serpeggiava ovunque: la spagnola. E in questo “ovunque” ci cascò con mani e piedi anche Brevig Mission, a una velocità tale che in soli cinque giorni morirono 72 dei suoi 80 abitanti. Quasi tutti. Chi rimase in vita aveva un’età bassissima: bambini soprattutto.

All’epoca negli Stati Uniti di spagnola perse la vita il 28% della popolazione: 675 mila persone. In tutto il mondo si contarono 20 milioni di decessi. Ma Brevig Mission, a differenza di altri, aveva perso tutto. Passato e futuro del piccolo paese erano stati fatti a pezzi dalla pandemia. I suoi morti sepolti nel permafrost. Un caso unico. Di cui la scienza in un primo momento parve non accorgersi.

Se ne ricordò nel 1949 il giovane professor Johan Hultin, uno studioso svedese di microbiologia in forza all’università dell’Iowa. Un dettaglio, del racconto del triste destino di Brevig Mission, gli si era annidato dentro: il permafrost. I cadaveri sepolti sotto il ghiaccio potevano ancora “parlare”. Potevano, ancora, raccontare qualcosa della spagnola che aveva decimato Brevig. Così, Hultin mise progetti e moglie su un’automobile e imboccò la Alaska Highway. Arrivato in Alaska conobbe Otto Geist, un antropologo che lo aiutò nelle sue ricerche. Grazie ai registri parrocchiali delle chiese missionarie luterane i due individuarono il luogo in cui erano stati sotterrati i 72 abitanti di Brevig Mission: una enorme tomba dove erano stati messi tutti assieme e ricoperti da strati di ghiaccio. Solo due anni più tardi, Hultin e Geist raggiunsero la fossa comune: un buco largo tre metri e mezzo, lungo sette metri e mezzo, profondo quasi due metri. Ottennero l’autorizzazione a dissotterrare i corpi. Hultin era sicuro di poter recuperare il virus e poterlo poi studiare in laboratorio. Asportò pezzetti di tessuto polmonare e li portò in Iowa. Ma i suoi tentativi di recuperare la spagnola fallirono. Si arrese.

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E’ qui che si incastona il piccolo equivoco senza importanza che ribalta la storia. Bisogna aspettare “solo” 48 anni. Johan Hultin è invecchiato. Ma continua a studiare microbiologia. Il tarlo della spagnola non deve essersi chetato se al primo accenno di speranza si riaccende la fiamma. La miccia è innescata da un articolo che la rivista Science pubblica nel 1997 a firma del patologo molecolare Jeffery Taubenberger. L’uomo descrive d’essere riuscito a trovare il metodo per isolare il materiale genetico dai virus. Però il campione di tessuti nelle sue mani è troppo esiguo per ottenere risultati. Avrebbe bisogno di altro su cui lavorare. Hultin non esita. Riparte per l’Alaska. Ritorna a Brevig Mission. Chiede nuovamente il permesso agli anziani del villaggio per riesumare i corpi. Lo ottiene. Scava nella fossa comune dove giacciono in 72. Trova esattamente quello di cui ha bisogno: il corpo abbastanza corpulento di una donna ben conservato. I suoi polmoni si rivelano una fonte inesauribile di informazioni. Il resto è noto: nel 2005 Hultin e Taubenberger sono in grado di ricostruire, finalmente, il virus. Da qui, il vaccino.

Ecco di cosa sono fatte scienza, ricerca, medicina: di passioni, di uomini testardi, di vite passate a studiare una molecola. Di intuito. E, qualche volta, di equivoci che riaccendono incendi.

La pecora nera

(L’allevamento della pecora Caracul è una necessità autarchica di notevole importanza ai fini dell’abbigliamento. Da questa pecora, l’agnellino di persia. Da questo agnellino, la pelliccia persiana. Ma l’agnellino deve essere ucciso nei primi giorni di vita perché se ne possa ricavare una particolarissima pelliccia nera a pelo corto.  Altrimenti poi il pelo diventa più chiaro e cambia anche di “bellezza”. Una pecora Caracul adulta è uguale a una qualsiasi altra pecora. Ogni signora elegante desidera una pelliccia nera ricavata dalla pecora Caracul. Ecco, per questo non se ne può fare a meno. Così più o meno recitava un servizio “giornalistico” del 1938).

La piccola storia della piccola pecora Caracul inizia dal suo nome. Perché in realtà il nome giusto sarebbe Karakul, ma delle “k” il Regime non sapeva che farsene, così la grammatica autarchica vide bene di snaturare come prima cosa il nome della povera piccola pecora. Particolare davvero senza importanza, se non fosse che l’autarchia qui non finisce con la grammatica.

La pecora Karakul è nata in Turkestan. Si tratta di una razza antichissima. Inesistente in Italia finché il Regime, negli anni Trenta, decise che non se ne poteva fare a meno. A introdurla sul suolo patrio un allevatore emiliano. Fascista e squadrista.

Enea Venturi era un agricoltore proprietario di vasti terreni vicino Bologna. Accusato d’aver preso parte attiva in vari scontri (e anche a un eccidio, quello del Castello Estense che il 20 dicembre 1920 causò la morte di sei persone), a un certo punto per Venturi il vento cambiò direzione. Da fascista a epurato: lo stesso regime cui aveva creduto fino al 1933, lo fece cadere in disgrazia. Continuò poi a dedicarsi ai suoi terreni e ai suoi allevamenti.

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Nel 1928 Enea Venturi aveva portato in Italia la pecora Karakul. Suo il primo allevamento di questa razza ritenuta così indispensabile a fini autarchici. Scrisse anche un libro, al riguardo: un manuale.

Pare che non abbandonò mai, nemmeno nel Dopoguerra e negli anni Cinquanta, un certo modo di fare – un nonsoché da squadrista – nei confronti dei suoi braccianti. Ma di questa piccolissima storia senza importanza colpisce un fatto inequivocabile: la pecora. Nera.

Piccola America senza importanza

Mi capitò un giorno d’andare in America. “America” intesa per Stati Uniti. La mia America non era New York o Los Angeles, no. La mia America era piccola piccola. E quasi senza importanza, se non fosse stato per un dettaglio: era la cittadina dov’era cresciuto George W. Bush jr.

Midland. In Texas. La città del nulla in mezzo al nulla.

Però questo nulla, manco a dirlo, se lo vendevano abbastanza bene. Al turista (diciamo così) proponevano una cosa affascinantissima: il tour dei luoghi legati alla famiglia Bush. Sette case. E solo questo per la piccola città texana si rivelava una piccola fortuna: significava poter costruite sette musei, far pagare il biglietto sette volte, e costruirci sopra un “itinerario turistico”. Sebbene alcune di queste case fossero private, l’operazione “itinerario” non arretrava: le si poteva – al limite – vedere dall’esterno. Di casa in casa l’evidenza balzava agli occhi:  col passare degli anni e il mutare delle ricchezze,  cambiavano anche le dimensioni delle case abitate dai Bush.

Di pari passo col tour delle case dei Bush, a Midland, si poteva seguire un altro itinerario: quello delle chiese. Gli edifici religiosi erano davvero tanti, ma tutti – mi verrebbe da dire – “per uomini bianchi”: presbiteriani, battisti, avventisti del settimo giorno, metodisti, anglicani,  carismatici, episcopali, e via dicendo fino a superare le duecento comunità. Come fossero mille diverse versioni della stessa fede, e mille diverse versioni di una stessa architettura.

Una chiesa, però, per il “turista” era la più importante: la cappella dove si era sposata la seconda coppia presidenziale col nome di Bush. L’anno è il 1977: George W. Bush sposa Laura e diventa metodista. E alla chiesa deve anche forse una sterzata del suo destino. Considerando quel che ha raccontato lui stesso da Presidente degli Usa: “Avevo un problema con il bere, in questo momento sarei potuto essere in un bar del Texas anziché nello studio ovale, e l’unica ragione per cui non sono lì ma qui è che ho trovato la fede…” .

M il “turista” curioso si mise a cercare una chiesa di cui aveva letto nonsodove e nonsoquando: Cowboy Church. Fondata “solo” nel 1996 da una coppia, i signori Monty e Susan Price. Una chiesa con tanto di spazio per il rodeo. Sfortuna volle che i signori Price morissero in un incidente aereo qualche anno dopo. E così la chiesa era chiusa… e l’arena per il rodeo vuota.

E allora meglio dedicarsi a qualcosa di più classico: musei.

Non si può capire la storia di questo stato del sud, quello con una sola stella sulla bandiera e che ha per motto la parola “amicizia” , se non si dà uno sguardo alla storia dei cowboy. Cosa che a Midland è possibile fare nella “Haley Memorial Library”. Il museo dei cowboy. Del resto da qui un tempo passava il West, quello vero, quello venuto prima di Hollywood.

E non si può capire la storia dei Bush senza visitare il secondo museo della città: quello del petrolio, Petroleum Museum. L’industria petrolifera da queste parti, nel Texas occidentale,  cominciò a mettersi in moto fin dagli anni Venti, ma bisogna aspettare gli anni Settanta-Ottanta per avere il vero boom. Prima un pozzo, poi un altro, con i macchinari che via via andavano cambiando e con le generazioni che andavano via via arricchendosi, facendo di Midland una specie di incarnazione architettonica del sogno americano.

Non a caso, quando nei primi anni Sessanta si cominciò a prospettare l’idea di mettere su un museo dedicato al petrolio, furono in 500 – tutti petrolieri texani – a sottoscrivere l’idea con la propria firma su un assegno. Qualcosa quella firma doveva pur significare: magari una specie di “ringraziamento” alla manna nera del sottosuolo.

E il museo è tutto un raccontare, un voler a tutti i costi raccontare, quanto bella e buona sia l’industria petrolifera, quanto utile sia l’industria petrolifera e quanto indispensabile sia – soprattutto per chi nasce nel mezzo del deserto texano – il vecchio sogno americano.

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Infine mi capitò d’entrare in una scuola elementare e fare qualche domanda a bambini di 8-9 anni. Una risposta in particolare mi rimase impressa, perchè ripetuta da più voci. Alla domanda “mi descrivi Midland?” i bambini dicevano E’ bella e sicura. So che non mi succederà niente. Posso giocare con i miei vicini di casa e so che sono al sicuro”.  Sarà stato – se non ricordo male – un paio d’anni dopo  l’11 settembre 2001. Quella parola – sicurezza –  ripetuta più volte da voci tanto giovani aveva un che di stonato, di esagerato. Quanto doveva avera paura quella piccola America senza importanza per ricordare a se stessa, laggiù in Texas, che sì s’era tutti al sicuro? E per ripeterlo incessantemente ai propri figli?

Ps: naturalmente chissà se un turista italiano è  mai davvero arrivato a Midland. Io ci andai per lavoro. E ci incontrai l’unico italiano emigrato laggiù. Aveva aperto  un ristorante e investito un po’ nel petrolio. S’era sposato e messo su famiglia. Stava bene, di soldi. Ma mi raccontò – dopo qualche bicchiere – quanto aveva dovuto faticare in una società così chiusa e razzista. Era un calabrese.

Il matrimonio di Alessandria del Carretto

Un legame  viscerale, quello tra Alessandria del Carrettto e la natura che la circonda. Più viscerale che altrove. Causa un matrimonio d’antichissima data. E che ogni anno – a primavera – viene ri-celebrato con riti, gesti, parole identici e mai dimenticati.

Alessandria del Carretto si trova in Calabria, nel Parco del Pollino. Calabria di montagna, dunque. Dignitosissima montagna. Il paese è abitato da meno di cinquecento persone. Gli inverni sono lunghi e silenziosi da queste parti, almeno in superficie. Ma quando viene maggio. Beh… c’è il risveglio, no?

Il piccolo mondo di Alessandria del Carretto non sarebbe lo stesso senza i suoi alberi. Forse non esisterebbe nemmeno. Perchè questa comunità di resistenti sopravvive anche grazie a un collante eccezionale quale è la festa della Pita.

A grandi, grandissime linee, la festa prevede queste tappe: gli uomini salgono in montagna a scegliere l’albero da abbattere. Poi l’albero – lo sposo – viene trascinato fin dentro il paese con delle tire, cioè pertiche attaccate al tronco tramite anelli chiodati. Per legare le tire agli anelli vengono utlizzate delle corde costruite direttamente sul posto sfruttando rami di alberi selvatici. Sono passaggi importanti questi: non si tratta di semplice tecnica. Ma di gestualità. Ciascuno di questi gesti richiama un gesto analogo di un vecchio mestiere. Il mondo arcaico del lavoro è continuamente evocato. Così come la struttura sociale su cui quel mondo posava.

La grande discesa dell’albero dalla montagna impiega gli uomini di Alessandria del Carretto – e solo gli uomini – per quasi dodici ore. Canti, balli, suoni. Vino. La discesa è una festa. C’è la fatica e c’è il lasciarsi andare a una sorta di baccanale. Il sacrificio dell’abete abbattuto sul monte Pollino serve a propiziarsi la primavera, se lo si vuol leggere con occhi pagani. Serve invece a ingraziarsi sant’Alessandro se lo si vuol rileggere con strumenti cristiani (la festa si svolge infatti ai primi di maggio).

Nota a margine per chi di riti e pre-religioni ne capisce: nell’antica Roma a fine marzo si celebrava la festa del pino sacro. Mentre cembali e tamburi suonavano e risuonavano, i sacerdoti si scatenavano in una danza sfrenata.

Ma non si voglia leggere in questo rito dell’abbattimento dell’albero e del suo trascinarlo fin sulla piazza del paese un atto contro la natura. Al contrario. Per trasportare l’abete giù dalla montagna ci vuole forza. Come a doversi riconquistare ogni anno il rispetto della natura. Una specie di dialogo con le montagne, le nuvole, la pioggia, il fango. E gli uomini di Alessandria del Carretto dimostrano di sapersi sporcare le mani di terra. Di saper faticare. D’essere abituati a confrontarsi con la Natura.

Quando l’abete sta per mettere piede in paese, spunta fuori anche la sposa: la cima di un albero più piccolo. Bisognerà celebrare il matrimonio tra i due. Ma questo avverrà solo una settimana dopo: il 3 maggio, giorno di sant’Alessandro.

L’innesto, il matrimonio tra i due alberi è il momento finale. Una volta uniti, i due tronchi  – diventati un’anima sola – vengono innalzati. Ed è – anche questa – una cerimonia lenta e rigorosa. Due, tre ore, se tutto va bene. Strumenti arcaici e forza collettiva sono le sole tecniche permesse. Sofferenza e tensione. Fino al momento in cui il tronco può dirsi di nuovo albero perchè torna a sfiorare l’azzurro.

Ecco, la storia fin qui raccontata è veramente un riassunto grossolano di quel che accade ad Alessandria del Carretto i primi di maggio. Vederla lì, in quella terra, ai piedi del Pollino, sarebbe l’unico modo per capire quanta anima e quanto passato ci sono in questa festa. Bisognerebbe sentirne i suoni, gli ordini, i canti, finanche le male parole.

E poi bisognerebbe riflettere sull’equivoco. Il secondo significato che si legge tra le righe di questa festa. E di tutte le altre. Natali e Pasque comprese. Il matrimonio dell’albero non avrebbe nulla a che vedere con l’omaggio alla natura, il risveglio della primavera, eccetera eccetera. L’abete tagliato starebbe piuttosto a simboleggiare il martirio del santo (Alessandro). Festa cristiana dunque. L’equivoco di tutte le feste.

Colleferro (e Claviere) 1938

Indagando su una vecchia storia di cronaca è saltata fuori una storia familiare. Tragica l’una e l’altra. Ma come incartate l’una dentro l’altra. L’equivoco di un destino che se fosse letteratura potremmo chiamare beffardo. Ma letteratura non è.

Anno del Signore 1938. Località Colleferro, provincia di Roma (ma molto al confine con la provincia di Frosinone). Un territorio conosciuto come “Alta Valle del Sacco”. E chi si occupa di storie di inquinamento sa bene cosa voglia dire questa denominazione. Ma qui bisognerebbe narrare una vicenda di veleni che arriva fino ai giorni nostri e non è scopo di queste poche righe.

Colleferro in quegli anni – gli anni del Regime Fascista – è un po’ il vanto d’una dittatura molto propensa a costruire armi. A onor del vero la produzione di esplosivi  nella cittadina inizia ancora prima: dal 1912. Comunque nel 1938 è “felicemente” attivo uno stabilimento fondato da due senatori del Regno: Leopoldo Parodi Delfino e Giovanni Bombrini.  Attorno a questa industria nasce e si sviluppa il comune di Colleferro diventato vero comune con una legge del 1935.

Il 20 gennaio del 1938 è un sabato. Il cielo è terso sopra Colleferro. Tira un vento gelido che ha la forza di sbattere lontano ogni traccia di nuvola. Sono le 7.40 del mattino. Colleferro a quell’ora sa essere una città fredda, con una umidità beffarda (anch’essa) che ti entra nelle ossa. Uno scoppio. Fortissimo. Di quelli che non s’erano mai sentiti. La fabbrica di esplosivi. Senz’altro. Il pensiero di tutti corre verso lo stabilimento Bombrini Parodi Delfino. Nel diario di Mons. Umberto Mazzocchi, allora parroco di Colleferro, si legge: “A chi sarà toccato questa volta?”

Questa volta: e sì perchè una fabbrica di esplosivi non è una passeggiata. Piuttosto è un appuntamento col destino. Un pericolo col quale convivere. Un mostro da mandar giù perché assicura uno stipendio fisso, una casa, una tavola con sopra cose da mangiare. Un po’ come le miniere in Toscana o in Valle d’Aosta o in Sicilia o in Sardegna. La paura si ingoia giorno dopo giorno. Come fosse pane.

Sono in molti dunque a correre verso lo Scalo di Colleferro, dove sorge la fabbrica. Beffardo il destino, si diceva, che riserva adesso un altro scoppio. Più forte. Molto più forte del primo. Sono le 8.05.  Uno spostamento d’aria violentissimo. Corpi polverizzati. Fiamme a toccare il cielo. “Pezzi di macchinari, sassi, bombe… e tutto questo in un cielo coperto di polvere, che però diventava nero, rosso, giallo a seconda degli oggetti che esplodevano”. Insomma, l’inferno.

Alla fine si contano 60 morti. A far le spese dell’inferno scoppiato a Colleferro un sabato mattina del gennaio del ’38 sono i lavoratori della ditta Bombrini Parodi Delfino. Tra questi, l’ingegner Zanoletti. E qui si innesta l’equivoco del destino. La sua beffardaggine.

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L’ingegnere è l’unico maschio di una coppia milanese che ha -oltre lui – quattro figlie. I signori Zanoletti la sera dello stesso sabato si mettono in viaggio da Milano per raggiungere Colleferro senza conoscere bene la gravità dell’incidente. Due delle loro ragazze partono invece per la montagna nell’Alta Val di Susa in Piemonte assieme a un gruppo di amici per trascorrere la domenica sugli sci. Anna Maria e Rosina Zanoletti vengono sorprese da una slavina nel mezzo di una bufera di neve vicino il comune di Claviere. Il corpo di Anna Maria viene ritrovato subito. Quello di Rosina solo il giorno dopo.

I loro genitori perdono in un solo fine settimana tre dei loro cinque figli in due disgrazie avvenute a 800 km di distanza nell’inverno del 1938.

L’uomo col cappotto

Credo fosse il 1999. Ma non ne sono sicura. Fosse stato davvero il 1999, allora era un anno prima della sua morte. L’interno di una libreria, piccola, non grande di certo. Credo peraltro la libreria si trovasse in via del Corso. Ma anche di questo ho un ricordo vago. Era tardo pomeriggio. D’inverno. Lo so per certo che era inverno perchè ho fissato nella mente il suo cappotto. Mi sembrò enorme quel cappotto buttato sopra spalle altrettanto enormi. O era la sua statura d’attore a essere così grande da farmi apparire adesso nel ricordo una sagoma esagerata. Ma in quella libreria al centro d’una Roma scura e fredda io c’ero andata per un altro motivo.

Avevo letto che Giampiero Mughini avrebbe presentato un libro sugli anni Settanta. Anzi il tema era più circoscritto: qualcosa che aveva a che fare con le “parole” degli anni Settanta. A me era bastato sapere che sarebbe stato un incontro dedicato in qualche modo a quel decennio per uscir di casa e mettermi in cerca di quella libreria. Non so se esiste ancora. C’erano delle scale dentro che collegavano due o tre stanze poste a dislivello. E fuori pioveva. Ricordo la strada lucida per il bagnato.

Arrivai che Mughini aveva già iniziato a raccontare. Poca gente. Lui seduto su uno sgabello con la stessa identica faccia di oggi. Non ricordo il colore della montatura degli occhiali, e nemmeno ho memoria del titolo del libro. Solo la copertina: bianca, rigida. Gente pochissima e scomodissima su sedie strette. Silenzio assoluto. Fuori e dentro la libreria. Io in un angolo in piedi. Nessun equivoco. Quasi niente da ricordare. Forse un pianoforte sullo sfondo con qualcuno che suonava. Ma non ne sono sicura. Il pianoforte sarebbe perfetto nel quadro fin qui dipinto. Forse troppo perfetto per esserci stato sul serio.

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Giampiero Mughini parlava. A un certo punto da una saletta nascosta sbuca fuori un uomo alto. Con il cappotto sulle spalle. Il cappotto era verde scuro o grigio. Non credo nero. L’uomo si avvicina al piccolo gruppo di persone. Ma non così tanto da mischiarsi a esso. Nessuno se ne accorge. Finché non fa una domanda. Credo d’essermi girata solo dopo aver ascoltato la sua voce. Averla riconosciuta. Nessuno batte ciglio. Una presenza così inattesa e imponente d’aver intimidito tutti. Pure Mughini.La domanda aveva a che fare con l’essenzialità mancata delle parole negli anni Settanta. O giù di lì.

Ora, in quell’atmosfera sospesa nessuno – che io mi ricordi – si è scomposto. Come fosse del tutto normale che un Vittorio Gassman serissimo sbucasse da un angolo della libreria e si mettesse a far domande. Mughini cominciò a rispondere. Usando tutta l’inessenzialità di cui era – è – capace. Ed eccolo l’equivoco, la lezione, la magia. L’uomo col cappotto con un gesto (teatrale?) si mette un cappello in testa e scompare verso la porta d’uscita. Senza ascoltare la risposta.

Le stelle della Valle d’Aosta

Il mondo è una questione di proporzioni. E le proporzioni sono – sempre – relative. Tutto dipende da come le si guarda. Da dove le si guarda. Esistono posti dove il cielo scappa via e non riusciresti mai a sentirtelo addosso. E posti invece dove ti sembra quasi di sentire il “peso” delle stelle sfiorarti i capelli. Uno di questi posti è la montagna: lassù il cielo ti segue pochi passi più in là. Solo un’impressione, forse. Solo un equivoco, forse. Eppure è in montagna che bisogna andare quando si ha voglia di studiare le stelle. Un posto in particolare: l’Osservatorio Astronomico di Saint Barthélemy, in Valle d’Aosta, quasi a metà strada tra il monte Bianco e il Cervino.

Saint Barthélemy è un posto privilegiato. Un posto “fortunato” per guardar le stelle. Negli anni Cinquanta del secolo scorso, non a caso, vi fu costruito un Osservatorio Meteorologico. E con quell’Osservatorio si scoprì una cosa cui quassù in montagna nessuno avrebbe mai immaginato: a Saint Barthélemy ci sono in media 2150 ore di sole l’anno.

Il segreto, l’equivoco, di Saint Barthélemy sta tutto nella luminosità eccezionale del suo cielo. E del cielo di questa piccola regione, la Valle d’Aosta. Una regione che confina con le stelle.

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All’Osservatorio Astronomico di Saint Barthélemy ti aiutano a decifrare il cielo. All’inizio non è facile capire come funzionano gli strumenti per osservare le stelle. Sono oggetti che necessitano di un linguaggio un po’ ostico. Ma non bisogna farsi spaventare da questa severità di parole. Perché ala fine basta puntare l’occhio in un aggeggio dove c’è un gioco di specchi e di fasci di luce ed ecco che le stelle compaiono. Vicinissime. Ed eccolo lì anche, limpido, luminoso, netto: l’equivoco. Piccolo piccolo come l’uomo di fronte a questo cielo. E di infima importanza. Ma pur sempre un equivoco.

L’astronomia non è la scienza delle montagne. L’astronomia appartiene alle montagne. La parte più tortuosa del pianeta Terra, quella cui gli scalatori dedicano testardamente la propria vita e le proprie giornate, quella dove fare un passo è come conquistare un altro pezzetto di mondo e arrivare in vetta è come conquistare il mondo intero: proprio quella parte di terra meglio si aggancia alle stelle.

C’è un altro aspetto affascinante per chi nelle piccole storie di mondo cerca l’equivoco e il paradosso: la montagna è il regno della essenzialità. Tutti questi strumenti per guardar le stelle – invece – giocano su princìpi fisici un po’ complicati da mandar giù per chi non ha un orecchio abituato all cose di scienza.

E comunque la lezione dell’Osservatorio Astronomico di Saint Barthélemy è una lezione di vita certo non originale ma di sicuro non scontata di questi tempi: il mondo è questione di proporzioni. Nè più nè meno. Ed essendo le proporzioni relative molto dipende da come e da dove le si guarda. Quando il mondo delle stelle lo si guarda da Saint Barthélemy tutto si ribalta. Le stelle diventano grandi. Le montagne piccole. E l’uomo un Equivoco.

Le parenti di San Gennaro

La mattina presto del giorno in cui San Gennaro è chiamato a fare il miracolo “le donne” siedono nella piccola cappella del Santo, quella che si trova in un lato all’interno del Duomo. Mattina presto, prestissimo, di uno dei tre giorni dell’anno in cui Gennaro, il Santo di Napoli, deve fare il miracolo: il primo sabato di maggio, il 19 settembre e il 16 dicembre. Sono queste le date in cui dovrebbe concedere la grazia del miracolo alla sua città.

Quelle donne sono le vere protagoniste del miracolo. Non il sangue che si scioglie, non le ampolline  che lo contengono, non il fazzoletto che viene sventagliato. E nemmeno il guardarsi un po’ di sbieco della Chiesa (quella ufficiale) e della fede – tutta napoletana – in questo santo decollato. E su quello sguardo, diffidente, silenzioso, mentitore quasi, sarebbe da ricamarci sopra un trattato di piccoli equivoci, non solo una storia.

Le donne, quelle donne, però meritano una lente di ingrandimento. Quando arriva il giorno in cui è buona norma che San Gennaro faccia il miracolo, i diversi strati della società cittadina prendono il proprio posto sui banchi del Duomo. Il posto delle donne è nella cappella laterale. Loro sanno perchè.

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Sono le parenti di San Gennaro. Il vero mistero del sangue che si scioglie (o no) sono loro. Recitano cantano pregano offendono il Santo. S’arrabbiano se le ore passano e il miracolo non avviene. Blasfeme erano un tempo per la Chiesa ufficiale: blasfeme per quel loro pregare che è un offendere. Per quel loro esserci senza autorizzazioni. Senza misura. Per i loro canti, come fossero litanie dedicate a un eroe morto. Loro – le pie donne di San Gennaro – blasfeme per quella loro lontananza dal “sacro” ufficiale: perchè col Santo ci parlano, lo prendono a male parole, si battono il petto, si mettono le mani tra i capelli. Cantano in dialetto, in napoletano: blasfeme anche per questo, chè non si prega (più) in dialetto.

Un tempo entravano addirittura in trance. Perchè solo così poteva esserci un rapporto diretto con Gennaro. Intimo. E al Santo dicevano di far presto, di non farle aspettare, e lo trattavano come un bambino, come una madre tratta il proprio figlio. Andavano in trance e non capivano più niente. Capivano solo che una di loro una volta – secoli prima – aveva raccolto il sangue di San Gennaro, ed era come se tutte lo avessero raccolto quel sangue: quindi Gennaro fai presto, te lo diciamo noi che siamo le tue madri, fai presto a fare il miracolo, che non succeda l’indicibile, che non accada che il sangue non si sciolga, perchè San Gennaro tu lo sai bene che sennò saranno sciagure… fa’ la grazia… faccia ‘ngialluta…

Valsinni, i versi sbagliati di Isabella Morra

Fu la voce di una donna a dar forma e storia al piccolo paese di Valsinni. Isabella Morra, giovane e poetessa. Protagonista di una storia drammatica che riempì le cronache locali di un Cinquecento che vantava – e mostrava – i suoi splendori in un altrove lontano.

Altrove infatti il Cinquecento concedeva le sue bellezze, mentre a Valsinni – in provincia di Matera –  l’animo inquieto di Isabella Morra non riusciva a provar nient’altro che solitudine, e isolamento, e bramosia di fuga. Quel che offriva la vita da queste parti non le bastava in alcun modo: campagna a perdita d’occhio. Nulla di più. Così quando da quel nulla venne fuori un amore non fu un amore qualsiasi. Fu il dramma.

L’uomo di cui Isabella Morra s’innamorò era una uomo sbagliato. L’errore consisteva nell’esser straniero. Spagnolo. Gli spagnoli all’epoca erano quanto mai invisi ai Morra, nobile famiglia che dominava Valsinni. Una questione di politica e di schieramenti (ci son cose che non cambiano mai a questo mondo). L’uomo per cui Isabella perse la testa era dunque bello, spagnolo e per giunta di cultura (che equivoco la cultura in certi ambienti): Diego Sandoval de Castro.

Qualcuno a Valsinni dice ancora che fu solo un amore letterario. Una condivisione di pensieri e di passione per le parole. Ma quel che s’è tramandato  nella maggior parte dei racconti orali è un’altra versione.

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Isabella e lo spagnolo furono amanti. Poi, come in tutte le storie tragiche: amanti assassinati. La donna fu uccisa sotto gli alberi di questa piccola Basilicata dai suoi stessi fratelli che non poterono sopportare l’onta d’un amante spagnolo. E tantomeno potevano sopportare l’onta di tanta cultura.

Il fatto – l’equivoco – sta proprio nelle parole, stavolta. Quel che determinò la morte di Isabella e del suo amante (che ci fosse o meno una storia tra i due poco importa) sono i versi che una donna s’azzardò a scrivere nelle sperdute terre della Lucania dentro un castello-prigione a dispetto della famiglia e della Storia.

Questi:

I fieri assalti di crudel Fortuna

scrivo, piangendo la mia verde etate,

me che ‘n si vili ed orride contrate

spendo il mio tempo senza loda alcuna.

Luigi Carrel, il camoscio del Cervino

Dicono di lui che sulle pareti di montagna era un camoscio, sui ghiacciai navigava come un vecchio marinaio, e al vento non si opponeva mai, ma si piegava come l’erba dei pascoli. Dicono di lui che quando ridiscendeva a valle era come l’acqua delle cascate di Cheneil. A Valtournenche sanno tutto di lui. Di Luigi Carrel.

Dicono anche – di lui – che avesse due occhi piccoli piccoli, ma veloci nell’acchiappare uno sguardo. Che nella vita non gli serviva altro che la sua pipa e la sua montagna, il Cervino. E dicono, anche, che non fosse di statura eccelsa. Per tutti era il Carrellino. Ma di Luigi Carrel in Valle d’Aosta si sentono dire solo parole belle. Perchè la sua fu una storia – e una vita – bella. Di una bellezza senza equivoci.

Luigi Carrel nasce nel 1901. Figlio di una guida alpina, anche Luigi ha la passione della montagna. Anzi, del Cervino.  Negli anni Trenta (del secolo scorso) il nome di Luigi Carrel comincia a diventar famoso. Ma è negli anni Quaranta che compie le sue avventure migliori raccontate perfino dai giornali dell’epoca: quel giovanotto che indossava un berretto messo di sbieco sulla testa era nato nella piccolissima frazione di Cretaz, giù in valle. Poi si era trasferito a Cheneil, un po’ più su, sempre all’ombra del suo Cervino.

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Nel 1937 Luigi Carrel si sposa con Maria Gaspard. Dopo qualche mese parte per la Patagonia (altre montagne, altre sfide) ma al suo rientro la moglie muore per le conseguenze di un parto. Carrel sfida il Cervino. Lo fa più volte. Le salite non si contano. E solo chi ha la passione della montagna – quella vera – può capire quale fu la grandezza di questo piccolo uomo.

Il bell’equivoco è un altro. Non sta nella fama di Carrel come pionere del Cervino.

C’era la guerra nel 1943, anche in montagna. Soprattutto in montagna. C’era la guerra e c’erano i partigiani. Luigi Carrel la sua scelta l’aveva fatta. Quand’era necessario passava il confine, lasciava la Valle d’Aosta a piedi e arrivava dall’altra parte, in Svizzera. L’uomo tutto nervi e scatti, con quegli occhi irrequieti e penetranti – come lo avevano descritto in un articolo de La Stampa qualche anno prima – era un uomo di una onestà trasparente. La montagna che era stata fino a quel punto una sfida quasi fine a se stessa, adesso per alcuni era diventata una necessità da oltrepassare. Per varcare un confine e mettersi in salvo. Così la guida alpina Luigi Carrel diventa passatore: aiuta chi ne ha bisogno a varcare quel confine passando per l’aspra montagna.

Dicono di Luigi Carrel che i suoi occhi – sempre quegli occhi piccolissimi – quasi spianassero la via prima ancora che le sue mani potessero aggrapparsi alle rocce. Non era uomo troppo avvezzo a usar parole, soprattutto lontano dai chiodi e dalle corde.

Equivoco post scriptum: forse i nomi di questi luoghi di montagna e il nome stesso di Luigi Carrel a molti non dicono nulla. Ma per quei pochi che li conoscono – e li amano – suonano come il nome di una patria.