Monrupino. Di confine: ma quale?

Cos’è un confine. Questa è la domanda che ti vien subito sulle labbra quando arrivi quassù a Monrupino, sopra Trieste. Il confine è una lingua che cambia, è una geografia che segna il territorio, oppure sono i lineamenti dei volti che ti appaiono diversi di qua o di là. Quando arrivi a Monrupino nessuna di queste domande ti pare all’improvviso essere quella giusta. Qui semplicemente il confine non è.

A Monrupino, sul Carso triestino, nessuno ci tiene a quella linea immaginaria che separa una nazione dall’altra. Almeno, questa è la sensazione che si prova. Una sensazione a doppia mandata: equivoca. Perchè qui il confine c’è. Monrupino è un posto di frontiera. Contemporaneamente, però, questo è un luogo dove l’idea di confine si sgretola, si annulla, diventa melmosa. Sarà forse dovuto al fatto che quella linea immaginaria – da queste parti –  è stata più volte ridisegnata.

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Monrupino è allo stesso tempo Italia e Slovenia. Nelle menti, nelle usanze, nella lingua. Una sorta di paese “zingaro”. Poche case sparse su un territorio in proporzione anche piuttosto grande. Meno di 700 abitanti. Di là la Slovenia. Qui l’Italia. E due nomi per uno stesso paese: Monrupino in italiano; Repentabor in sloveno. Vanno bene tutti e due.

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Nel 1947 ad alcune frazioni di Monrupino è “capitato” d’essere diventate territorio sloveno (merito/colpa del Trattato di Pace di Parigi). Questo spostare in continuazione il confine tra due nazioni qui è sempre stato solo una sorta di equivoco. Non c’è altra spiegazione logica. Quindi a passeggiare per le strade di Monrupino (Italia) trovi un bambino che parla un’altra lingua (Slovenia). Le coordinate dell’identità sono mescolate e capovolte. Ne è venuta fuori una identità assolutamente particolare: l’identità dei popoli del Carso.

I confini chiedono, esigono, ordinano sacrifici di sangue. E qui ce ne sono stati, eccome. Il Fascismo prima, le Foibe dopo. Anche la Storia qui ha avuto un andamento equivoco. Melmoso.

Difficile districarsi in una questione così complicata come quella dei paesi di frontiera. Difficile catalogare Monrupino. Quant’è paradigmatico però questo posto.

Cervarolo. Piccola strage (con importanza)

In alcuni paesi sopravvivono le tradizioni. In altri la memoria. E i nomi. Nel piccolo borgo di Cervarolo,  quel che ancora oggi ha valore e importanza e senso sono ventiquattro nomi. Ventiquattro volti di civili morti nel 1944.

Cervarolo non arriva nemmeno a essere un paese. Troppo piccola. Si limita a essere una frazione del comune di Villa Minozzo, sull’Appennino Tosco Emiliano. E pare troppo piccola anche per portare il peso del suo recente passato. Il peso di tutti quei nomi che hanno subito il martirio e l’orrore. Uomini e ragazzi tra i 17 e gli 84 anni. Intere generazioni di questa comunità spazzate via con qualche colpo d’arma da fuoco.

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20 marzo 1944. Giornata fredda. Aria gelida. Una piccola aia. Uno spiazzo tra le poche case. I tedeschi. Tutti gli uomini di Cervarolo chiamati in questo quadratino di terra. Con l’inganno. E non c’entra il caso o l’equivoco. C’entra la storia delle stragi nazi-fasciste compiute in Italia nel 1944.

Agli uomini di Cervarolo fu detto di rimanere in casa, che nulla sarebbe loro successo. Ma non fu così. Nonostante il giorno prima fosse arrivato un telegramma dove si parlava di “un paese da purificare”. Ma nessuno immaginava si trattasse esattamente di Cervarolo.

Arrivano dunque i tedeschi. Prima si dedicano al saccheggio delle case. Mentre la milizia fascista fa la guardia alle porte dell’abitato. Poi gli stessi soldati tedeschi “bussano” a ogni uscio in cerca di uomini. Quegli stessi cui era stato detto di rifugiarsi dentro le proprie abitazioni. I tedeschi entrano e li portano via. Li riuniscono nell’aia.

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Un po’ nevica quel 20 marzo del 1944 a Cervarolo. Un po’ la neve comincia a sciogliersi. L’inizio della primavera sull’Appennino Tosco Emiliano spesso è così come il giorno in cui vengono trucidati 24 uomini d’ogni età.

Ma la storia dell’eccidio di Cervarolo non finisce qui. Il vero equivoco è quello della sua “riscoperta”. Anzi della scoperta del cosidetto armadio della vergogna nel 1994 in uno scantinato della procura generale militare. Armadio che conteneva più di 600 fascicoli sulle stragi nazi-fasciste. Tra cui anche quelli relativi a Cervarolo.

Altra appendice di questa storia: il processo. Che si è concluso “solo” il 6 luglio 2011 con la condanna di sette ex nazisti. E che si era aperto “solo” nel 2005 presso il Tribunale Militare di Verona.

Montemitro, Molise croato

Montemitro è un borgo del Molise. Il Molise, per chi non lo sapesse, è una regione d’Italia. Non è tanto per dire. Piuttosto è una precisazione necessaria. Perchè in realtà il Molise è una regione abbastanza sconosciuta. Soprattutto ne è sconosciuta la bellezza. In primavera, per esempio, il Molise è verde, verdissimo. Di un verde in alcuni tratti un po’ british. Colline dolci. Paesini dai nomi strani. Come questo: Montemitro. Che poi in realtà sarebbe quasi più corretto dire Mundimitar. Il nome di questo borgo, infatti, è un piccolo equivoco. Senza importanza.

A scavare indietro nella storia di Montemitro si trova un popolo in fuga. Un popolo che in fretta e furia dovette abbandonare la propria terra riuscendo a portar con sè una cosa sola. La meno ingombrante. La lingua.

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Quel popolo in fuga veniva dalla Croazia. E si mise a piantar nuove radici al centro del Molise, carico del solo fardello di parole slave. Ancora oggi a Montemitro si coltiva con una dedizione tutta particolare quella radice linguistica. Diventata una vera e propria minoranza aggrappata con tutte le unghie alla propria antica cultura. Come solo chi lotta per la sopravvivenza sa fare.

Da quel gruppo di profughi venuto via dalla Croazia nel Quindicesimo secolo è nato il primo nucleo di questo borgo, che oggi conta all’incirca cinquecento anime. Forse anche un po’ meno. I cambiamenti in questo pezzettino di terra sono piccoli e lenti, quasi concessi con avarizia dallo scorrere del tempo. Così quella lingua che ha attraversato il Mediterraneo tra la Croazia e l’Italia, ha scavalcato la costa, s’è rifugiata sulle colline, quella lingua che tanto somiglia al croato del Millequattrocento qui vuole ancora essere lingua viva. E lo è. Per tutti gli abitanti di Mundimitar che s’ostinano a parlarla.

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Il segreto, il mistero, l’equivoco forse sta tutto qui: l’essersi adattati quel tanto che bastava all’andare del tempo e dei cambiamenti. Così ci si è – per esempio – inventati parole nuove per esprimere concetti nuovi. Ma pur sempre nella sfera, nell’involucro, di quella lingua antica: il croato del Millecinqucento. E da sempre insegnata ai bambini del borgo.

Che non si creda però che questo aver mantenuto una lingua “altra” abbia fatto di Montemitro un luogo chiuso, isolato, geloso. Al contrario: lo ha reso un posto capace di ascoltare e di accogliere.

Le foto di Montemitro sono state gentilmente concesse da Gabriele Romagnoli

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Capote-Brando. L’intervista e il dubbio

L’anno: 1957. Il giornale: The New Yorker. E già così sarebbe da ricavarci una storia. Poi. L’intervistatore: Truman Capote. L’intervistato: Marlon Brando. E più che una storia a questo punto si sgrana davanti alla fantasia un mondo. Il mondo di quando su questa terra si aggiravano scrittori come Truman Capote e attori come Marlon Brando. E venivano stampati giornali in cui le interviste erano piccoli capolavori senza importanza.

I due si incontrano al quarto piano dell’Hotel Miyako, a Kyoto (Giappone). Brando è lì per girare un film (Sayonara). Capote è lì per intervistare uno degli attori più  famosi e controversi di quegli anni (lui scrittore altrettanto famoso e controverso).

Capote arriva con venti minuti di ritardo. Una ragazza giapponese lo conduce alla camera di Brando. Un’altra ragazza giapponese gli apre la porta. Sorrisi e gentilezza. Albergo giapponese di stile occidentale. Porte scorrevoli di carta. Disordine nelle stanze occupate dall’attore. Qua e là pezzi di frutti smangiucchiati. Libri: opere buddhiste, meditazione zen, misticismo induista. Ma nessun romanzo: Marlon Brando non ne legge dal 3 aprile del 1924. Data che corrisponde al giorno della sua nascita.

Truman Capote osserva ogni più piccolo dettaglio di quella stanza al quarto piano dell’hotel Miyako di Kyoto. Osserva ogni gesto ogni smorfia ogni alzata di sopracciglia dell’uomo che ha davanti. Vuol raccontarlo. Ma pare non aver fretta di farlo. Non ha fretta nemmeno di far domande. Il suo è un gioco di lento avvicinamento letterario. Come temesse la trappola della fascinazione. La pazienza dell’attesa.

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Quel che ne esce fuori non è solo una lezione di stile: la dolorosa bellezza della scrittura di Capote. Ma è soprattutto il ritratto di due uomini. Uno che dovrebbe far domande e non ne fa. L’altro che suo malgrado racconta un po’ della propria vita.

“Gli ultimi otto, nove anni della mia vita sono stati un disastro” dice Brando “Le persone sensibili sono così vulnerabili”…  e l’intervista-racconto si srotola lentamente. Vale la pena leggerla tutta. Perchè è una piccola storia. Che diresti senza importanza. Mentre invece in quel numero del 9 novembre 1957 del New Yorker si faceva la Storia di un nuovo modo di far giornalismo e letteratura insieme. Il cui merito va tutto a Truman Capote.

“… e ascolta” Marlon Brando richiama per un istante Capote che si allontana lungo il corridoio dell’hotel. “Non prestare troppa attenzione a quello che dico. I don’t always feel the same way”. La frase di congedo dell’attore è il Capolavoro dell’Equivoco. Ore a rilasciare un’intervista. L’intervistatore che con pazienza certosina osserva sussurra scruta prende nota. L’intervistato che si apre forse come non mai davanti a uno scrittore venuto fino in Giappone a far il giornalista. Ed ecco che s’insinua quel dubbio.

Ps: a me rimane anche un altro dubbio. Siamo poi così sicuri che Truman Capote abbia scritto la verità?

Per leggere l’intervista integrale:

The Duke in his domain

Lo sbarco (e il museo) dimenticato

Si trova in via Generale Clark. E arrivarci non è facile. Fuori, sulla strada, non c’è nessuna indicazione. Un cartello c’era – dice la ragazza che stacca i biglietti – ma l’ultima tempesta d’acqua e di vento l’ha buttato giù. Nessuno ha avuto tempo – o volontà – di rimetterlo in piedi. Così il museo dello sbarco quasi non esiste. Un museo dimenticato. Anche ad appuntarsi il numero delle persone che lo visita. In una giornata di sole di metà aprile, un sabato, verso le cinque del pomeriggio, il numero è un numero solitario. Quello di chi scrive. Ecco, anche per questo, è un museo dimenticato. Come del resto lo è lo sbarco degli Alleati a Salerno.

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Il 9 settembre 1943 gli Alleati sbarcano nel golfo di Salerno. Operazione Avalanche si chiama. Il mare è calmo quando le barche vengono calate in acqua, alle due di notte. Non c’è un filo di vento.  Il comando delle operazioni viene affidato al generale Mark Clark. La battaglia inizia dopo le tre e mezza.

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Questo è solo l’inizio di quella storia, la storia di uno sbarco che un bel documentario del 2002 ha definito appunto dimenticato. Ma il paradosso – o il piccolo equivoco senza importanza – è quel museo difficile da raggiungere, lontano dal centro di Salerno, un museo nascosto, umile, piccolo piccolo. Che con testardaggine e ostinazione – a dispetto di un cartello buttato giù dal vento – stacca i biglietti al visitatore che  vuole entrare nonostante la giornata di sole e il mare lì davanti. E si gode, nel silenzio, le fotografie d’epoca: mondi e volti in cui inciampare a ogni sguardo.

Per info:

Museo dello Sbarco e Salerno Capitale