Il David di Arcidosso

Un volto, un monte e un santo. Il santo non è proprio un santo di quelli veri. Il monte è un monte sacro: anche in questo caso non proprio di quelli veri per la verità. Il volto, quello sì che era vero. Una storia che già si annuncia complicata, quella di Arcidosso (Toscana, provincia di Grosseto).

Ad Arcidosso alla fine dell’Ottocento andò in scena l’utopia. Certo non solo lì. Ma è la casualità o la non casualità del posto a destare un minimo di curiosità. Questo paesino alle pendici del Monte Amiata ha un che di sacro. Non nel senso di altari, chiese e campanili. Ma per quel suo essere stato scenario in cui si è svolta la storia – particolarissima – di un uomo: David Lazzaretti.

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Santo. Martire. Predicatore. Bell’uomo. David Lazzaretti nasce ad Arcidosso nel 1834.Lui – l’utopista – era uno che aveva imparato a leggere senza che nessuno glielo avesse mai insegnato. Imparò, soprattutto,  a leggere il libro del mondo: a decifrare la vita. Povero, poverissimo. Ma ricco di sogni impossibili. Padre di cinque figli, una vita non certo tranquilla in cui si annovera anche la battaglia di Castelfidardo (1860) Lazzaretti a un certo punto cominciò a parlare di visioni. E quel che vedeva – o diceva di vedere – metteva paura alla società di fine Ottocento.

Erano utopie, le sue. Utopie che potremmo definire (parola ormai in disuso) socialiste. Si mise a predicare per un cristianesimo più povero e attento all’idea di uguaglianza. Si mise a raccontare della possibilità di una società diversa. Fondò un movimento religioso tra le montagne di Arcidosso. Raccolse proseliti. Sfidò le autorità tutte, ecclesiastiche e non. Cosa che qualcuno non accettò di buon grado, perchè le utopie metton sempre paura al bel mondo.

David Lazzaretti fu ucciso il 18 agosto 1878 da un carabiniere o da un militare mentre era in testa a una processione pacifica che scendeva verso Arcidosso. I suoi compagni di processione vennero poi processati per “attentato contro la sicurezza interna dello Stato”.  Processo che si concluse con un’assoluzione. E lui passò alla storia come il Cristo dell’Amiata.

Finisce qui la storia di David Lazzaretti in quel di Arcidosso? Naturalmente no. Manca l’appendice dell’equivoco. Che esiste anche in questo caso. Anzi, stavolta gli equivoci sono due.

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Equivoco numero uno: il corpo di David Lazzaretti. Il corpo di quest’uomo ucciso lo volle studiare l’antropologo Cesare Lombroso, certo di potervi rintracciare una qualche forma organica di criminalità.

Equivoco numero due: ad Arcidosso, sul monte Labbro – quello dove Lazzaretti fece costruire la torre giurisdavidica, simbolo del movimento religioso da lui fondato – oggi c’è anche un tempio tibetano. I luoghi che un tempo appartennero all’utopia di David Lazzaretti oggi sono al servizio di un’altra spiritualità. Così il monte Labbro non ha smesso di incarnare una certa idea di uguaglianza.

Post scriptum: i sacerdoti del movimento giurisdavidico si sono succeduti per oltre un secolo. L’ultimo è morto nel 2002.

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