Il David di Arcidosso

Un volto, un monte e un santo. Il santo non è proprio un santo di quelli veri. Il monte è un monte sacro: anche in questo caso non proprio di quelli veri per la verità. Il volto, quello sì che era vero. Una storia che già si annuncia complicata, quella di Arcidosso (Toscana, provincia di Grosseto).

Ad Arcidosso alla fine dell’Ottocento andò in scena l’utopia. Certo non solo lì. Ma è la casualità o la non casualità del posto a destare un minimo di curiosità. Questo paesino alle pendici del Monte Amiata ha un che di sacro. Non nel senso di altari, chiese e campanili. Ma per quel suo essere stato scenario in cui si è svolta la storia – particolarissima – di un uomo: David Lazzaretti.

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Santo. Martire. Predicatore. Bell’uomo. David Lazzaretti nasce ad Arcidosso nel 1834.Lui – l’utopista – era uno che aveva imparato a leggere senza che nessuno glielo avesse mai insegnato. Imparò, soprattutto,  a leggere il libro del mondo: a decifrare la vita. Povero, poverissimo. Ma ricco di sogni impossibili. Padre di cinque figli, una vita non certo tranquilla in cui si annovera anche la battaglia di Castelfidardo (1860) Lazzaretti a un certo punto cominciò a parlare di visioni. E quel che vedeva – o diceva di vedere – metteva paura alla società di fine Ottocento.

Erano utopie, le sue. Utopie che potremmo definire (parola ormai in disuso) socialiste. Si mise a predicare per un cristianesimo più povero e attento all’idea di uguaglianza. Si mise a raccontare della possibilità di una società diversa. Fondò un movimento religioso tra le montagne di Arcidosso. Raccolse proseliti. Sfidò le autorità tutte, ecclesiastiche e non. Cosa che qualcuno non accettò di buon grado, perchè le utopie metton sempre paura al bel mondo.

David Lazzaretti fu ucciso il 18 agosto 1878 da un carabiniere o da un militare mentre era in testa a una processione pacifica che scendeva verso Arcidosso. I suoi compagni di processione vennero poi processati per “attentato contro la sicurezza interna dello Stato”.  Processo che si concluse con un’assoluzione. E lui passò alla storia come il Cristo dell’Amiata.

Finisce qui la storia di David Lazzaretti in quel di Arcidosso? Naturalmente no. Manca l’appendice dell’equivoco. Che esiste anche in questo caso. Anzi, stavolta gli equivoci sono due.

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Equivoco numero uno: il corpo di David Lazzaretti. Il corpo di quest’uomo ucciso lo volle studiare l’antropologo Cesare Lombroso, certo di potervi rintracciare una qualche forma organica di criminalità.

Equivoco numero due: ad Arcidosso, sul monte Labbro – quello dove Lazzaretti fece costruire la torre giurisdavidica, simbolo del movimento religioso da lui fondato – oggi c’è anche un tempio tibetano. I luoghi che un tempo appartennero all’utopia di David Lazzaretti oggi sono al servizio di un’altra spiritualità. Così il monte Labbro non ha smesso di incarnare una certa idea di uguaglianza.

Post scriptum: i sacerdoti del movimento giurisdavidico si sono succeduti per oltre un secolo. L’ultimo è morto nel 2002.

Gallicianò, le viscere greche dell’Aspro-Monte

Là dove le viscere dell’Aspromonte sono cariche di memorie dolenti incontri una Calabria che non t’aspetti. Una Calabria che non diresti tale. Ti imbatti in una lingua che non conosci nè riconosci. E non è un dialetto. Nè è un parlar “stretto”. I canti antichi di questa Calabria – che qui non certo per caso assume il nome di Gallicianò – s’innestano su una musica che sa di altrove. E quell’altrove lo ritrovi su altre coste del Mediterraneo che non innalzano la bandiera italiana.

Gallicianò è una frazione sperduta sulle montagne. Qui non ci si arriva mai per caso, talmente aspra e isolata è la strada. Se metti piede a Gallicianò è perchè questo posto l’hai testardamente cercato e voluto, identificato come meta.

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A Gallicianò parlano una lingua che è greca, non è calabra. Greco antico, o giù di lì. La comunità di Gallicianò è un baluardo dell’identità. Una fortezza dell’anima. Una briciola dell’Aspromonte caduta giù dall’Olimpo greco. La particolarissima lingua “masticata” dalle famiglie di queste poche case sopravvive con una tale ostinazione che fai quasi fatica a spiegarti. Eppure anche Gallicianò rientra in una mappatura dell’Italia delle minoranze linguistiche che in pochi hanno studiato, e di cui invece andrebbero approfonditi storia e genesi, ma soprattutto capacità di sopravvivenza.

La frazione di Gallicianò è come se fosse rimasta sotto una campana di vetro dai tempi della Magna Grecia. Un vetro che si incrina ogni volta che qualcuno – giovani soprattutto – se ne parte da qui. Lasciandosi alle spalle la barriera – la gabbia? – dell’Aspromonte.

Per i romani era Gallicianum. Per i greci era Galikiànon. Non è facile immaginare un futuro qui. E non è facile immaginare il futuro di questo posto. Eppure, qui si può parlare di resistenza. La lingua di Gallicianò resiste. Del resto l’habitat d’ogni resistenza non è sempre stata la montagna?

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A chi sceglie di inerpicarsi su questo Aspromonte (Aspro Monte, appunto) Gallicianò riserba uno dei suoi doni più belli e inattesi. Una chiesetta ortodossa: dove puoi “vedere” la lingua di questo posto. Perchè qui il passato è disegnato dalle icòne sacre. La chiesetta ortodossa di Santa Maria della Grecia è affidata in custodia ai monaci del Monte Athos. E il contesto sembra ancor più desueto. O forse no. Forse non c’è alcun equivoco a sentir antichi canti liturgici greci riecheggiare tre le vette dell’Aspro-Monte. Forse la resistenza qui è normalità.  Se non fosse così Gallicianò svanirebbe per tornarsene sull’Olimpo.

Piccoli uomini e donne in uno scantinato

C’è anche un funerale: e questo per un piccolo museo che si trova in una strada che si chiama Via degli Esplosivi è tutto dire. Però a riequilibrare il peso della vita e della morte c’è anche un matrimonio. Un inzio niente male per questa piccola storia che di importanza non ne avrebbe se non fosse che protagonisti sono proprio loro: i personaggi LEGO.

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Cominciamo col rendere più chiare alcune cose. Il nome della strada è reale. Non solo il nome, anche la strada lo è. Si trova nella cittadina di Colleferro, in provincia di Roma. E tra le piccole storie che andrebbero raccontate bisogna appuntarsi anche quella di questo posto in cui abbondano nomi legati alle armi (esiste anche una Via di Santa Barbara). Siccome nulla accade mai per caso, la storia di Colleferro, la sua nascita, le sue fabbriche, spiegano i nomi delle sue strade. Ma sarebbe un altro narrare, che qui interessa solo di sfuggita.

Torniamo (“torniamo a bomba” verrebbe da dire, ma…) in quella Via degli Esplosivi. Fermiamoci al civico numero 3. Uno scantinato. Le scale che scendono sottoterra. La porta stretta. Le luci al neon. Ecco, questo è il Museo del Collezionismo e del Modellismo. Testardamente gestito da un gruppo di appassionati volontari. I soliti trenini, che poi tanto soliti non sono dal momento che – per esempio – è stata ricostruita la stazione ferroviaria di Anzio. I soliti soldatini che si fanno la guerra. Galeoni e vecchie macchine da scrivere. E poi, dietro l’angolo, sotto un altro neon, loro: uomini e donne LEGO.

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Non è facile spiegare cos’è il mondo LEGO a chi non ne nutre la passione. Anche la storia di queste costruzioni andrebbe raccontata. Ma anche questo sarebbe un altro narrare. Nel mondo LEGO c’è tutto quello che la fantasia esige e tutto quello che la realtà immagina. I personaggi LEGO fanno ogni cosa: abitano mondi inventati dove guerreggiano in fattezze da Star Wars oppure lavorano faticosamente vestendo i panni dei tanti mestieri possibili, utili o meno. Insomma, un universo.

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E dentro il museo-scantinato di Colleferro c’è un vero e proprio universo popolato da queste piccolissime persone dalle manine smontabili, dai volti che solo un incompetente direbbe tutti uguali, dai corpi scambiabili. E ci sono le scene di vita: una partita di basket, un cinema con tanto di proiettore e sedie, un camper, una pizzeria, la troupe di Striscia la Notizia (già), camion, ruspe, giostre, pirati, poliziotti… un matrimonio (civile: gli sposi escono dal Comune) e un funerale.

Ecco, la scena del funerale LEGO è veramente un equivoco. Piccolo: perchè piccolissimi sono questi omini e queste donne. Con importanza: perchè guai a chiamarle costruzioni; e nel loro raffiguare la morte narrano come non mai l’essenza della vita.

Atzara. Quella Sardegna colorata per caso

Ammesso che sia mai possibile riassumere la storia di un paese in un paio di parole, per Atzara varrebbero queste: colori e volti.

Atzara è un piccolo centro agricolo della Barbagia Mandrolisai. Sardegna, naturalmente. E quel che di solito si immagina per l’entroterra sardo fatto di montagne e vestiti neri e lingua aspra qui si infrange contro una storia assolutamente particolare. Che ha qualcosa in comune con la Spagna e i pennelli. Diciamo che qui bisogna sfatare l’equivoco di una certa Sardegna di terra.

C’è senz’altro un motivo per cui quelle due parole – colori e volti – sono così rappresentativi di questo paese di origine medievale la cui nascita risale all’anno Mille. Un motivo da ricercare quando le giovani donne di Atzara si misero a far da modelle ai pittori spagnoli. E si ritrovarono a viver dentro allegri e coloratissimi quadri.

C’è un quadro che più di ogni altro si staglia contro l’orizzonte di quesa storia: è “La festa della confraternita di Atzara” .  La mano che dipinge questo quadro è quella del pittore Antonio Ortis Echague. Spagnolo. Anno di nascita 1883.

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Tutto ha inizio quando alcune persone di Atzara vanno a chiedere le indulgenze plenarie che venivano concesse in occasione dell’Anno Santo, nel 1900. Un incontro fortunato in una lontanissima piazza San Pietro. Come sempre è stata lontanissima Roma dalla Sardegna e in special modo dal centro di quest’isola.

A piazza San Pietro un giovane pittore spagnolo studente dell’Accademia spagnola delle Belle Arti di Roma nota alcuni uomini e donne in costume sardo. Ne rimane incuriosito. Probabilmente quei costumi colpiscono nel vivo una sua sensibilità artistica. Antonio Ortis Echague viene invitato ad andare direttamente ad Atzara.

E qui va sottolineata – a onor del vero – una grande apertura della gente di Atzara e soprattutto di un uomo che agli inizi del secolo scorso invitò in Barbagia uno studente dell’Accademia spagnola conosciuto per caso a Roma. Non era cosa di tutti i giorni.

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L’uomo cui si deve tale invito si chiama Bartolomeo Demurtas. A quei tempi è il possidente più ricco di Atzara, sindaco, podestà e persona di cultura. Così, Antonio Ortis Echague si ritrova in questo paese quasi sperduto e si mette a dipingere quel che vede: gente, case, costumi, campagna. Ed è così che oggi gli abitanti di Atzara possono riconoscere su quelle tele i volti a colori dei loro antenati.

La storia finirebbe qui se non fosse che negli anni a seguire arrivano ad Atzara altri pittori spagnoli. Nasce una sorta di scuola. Nasce un modo di far pittura. Arrivano nel tempo ancora altri pittori. Sardi, non solo spagnoli. Nasce un museo, piccolo e preziosissimo gioiello della Barbagia Mandrolisai. E tutto – val la pena ricordare – per un incontro fortuito nella lontana (vista da lì) lontanissima piazza San Pietro. Se non è un equivoco questo…

Per info vedi il sito del comune:

Comune di Atzara

Viggiano: arpa, Madonna… petrolio

Di Viggiano s’è parlato, ultimamente. Manco a dirlo: il petrolio. Che in provincia di Potenza (Basilicata) esista il petrolio non è che sia cosa proprio recente. Di recenti ci sono solo certi scandali. Ma qui hanno poca importanza. Perchè l’equivoco è un altro.

Viggiano – 3mila abitanti nella Val d’Agri – è stato un tempo paese di musicanti nomadi. Magari nessuno sapeva decifrare un pentagramma, ma tutti – uomini e bambini – sapevano far scorrere le dita sul più signorile degli strumenti.

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L’arpa a Viggiano tra l’Ottocento e il Novecento era tutto. E per tutto si intende effettivamente ogni cosa: pane, soldi, passione, mestiere. Vita. Siccome quella era l’epoca in cui lavoro e sostentamento in Basilicata erano parole, e concetti, rari, alllora gli uomini di Viggiano si misero a camminare per le vie del mondo. Suonando. La fame, infatti, li trasformò in musicanti di strada.

I musicanti di Viggiano non scelsero uno strumento qualsiasi. Nè scelsero uno strumento facile. Si misero a suonare uno strumento elegante come l’arpa. Che oltretutto si costruivano da sè. Ma non è nemmeno questo il punto. L’equivoco, in questa storia, è ancora un altro.

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Che sia una coincidenza. Che sia uno scherzo della Storia. Che invece ci sia un qualsivoglia legame. Chissà: chissà perchè proprio a Viggiano – dove c’è una delle più grandi piattaforme petrolifere d’Europa – viene venerata una Madonna Nera.  Che porta in grembo un bambinello anch’esso nero. Costruita in legno d’ulivo, con un vestito dorato, la Madonna di Viggiano ha il volto dello stesso colore del petrolio.

Monrupino. Di confine: ma quale?

Cos’è un confine. Questa è la domanda che ti vien subito sulle labbra quando arrivi quassù a Monrupino, sopra Trieste. Il confine è una lingua che cambia, è una geografia che segna il territorio, oppure sono i lineamenti dei volti che ti appaiono diversi di qua o di là. Quando arrivi a Monrupino nessuna di queste domande ti pare all’improvviso essere quella giusta. Qui semplicemente il confine non è.

A Monrupino, sul Carso triestino, nessuno ci tiene a quella linea immaginaria che separa una nazione dall’altra. Almeno, questa è la sensazione che si prova. Una sensazione a doppia mandata: equivoca. Perchè qui il confine c’è. Monrupino è un posto di frontiera. Contemporaneamente, però, questo è un luogo dove l’idea di confine si sgretola, si annulla, diventa melmosa. Sarà forse dovuto al fatto che quella linea immaginaria – da queste parti –  è stata più volte ridisegnata.

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Monrupino è allo stesso tempo Italia e Slovenia. Nelle menti, nelle usanze, nella lingua. Una sorta di paese “zingaro”. Poche case sparse su un territorio in proporzione anche piuttosto grande. Meno di 700 abitanti. Di là la Slovenia. Qui l’Italia. E due nomi per uno stesso paese: Monrupino in italiano; Repentabor in sloveno. Vanno bene tutti e due.

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Nel 1947 ad alcune frazioni di Monrupino è “capitato” d’essere diventate territorio sloveno (merito/colpa del Trattato di Pace di Parigi). Questo spostare in continuazione il confine tra due nazioni qui è sempre stato solo una sorta di equivoco. Non c’è altra spiegazione logica. Quindi a passeggiare per le strade di Monrupino (Italia) trovi un bambino che parla un’altra lingua (Slovenia). Le coordinate dell’identità sono mescolate e capovolte. Ne è venuta fuori una identità assolutamente particolare: l’identità dei popoli del Carso.

I confini chiedono, esigono, ordinano sacrifici di sangue. E qui ce ne sono stati, eccome. Il Fascismo prima, le Foibe dopo. Anche la Storia qui ha avuto un andamento equivoco. Melmoso.

Difficile districarsi in una questione così complicata come quella dei paesi di frontiera. Difficile catalogare Monrupino. Quant’è paradigmatico però questo posto.

Cervarolo. Piccola strage (con importanza)

In alcuni paesi sopravvivono le tradizioni. In altri la memoria. E i nomi. Nel piccolo borgo di Cervarolo,  quel che ancora oggi ha valore e importanza e senso sono ventiquattro nomi. Ventiquattro volti di civili morti nel 1944.

Cervarolo non arriva nemmeno a essere un paese. Troppo piccola. Si limita a essere una frazione del comune di Villa Minozzo, sull’Appennino Tosco Emiliano. E pare troppo piccola anche per portare il peso del suo recente passato. Il peso di tutti quei nomi che hanno subito il martirio e l’orrore. Uomini e ragazzi tra i 17 e gli 84 anni. Intere generazioni di questa comunità spazzate via con qualche colpo d’arma da fuoco.

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20 marzo 1944. Giornata fredda. Aria gelida. Una piccola aia. Uno spiazzo tra le poche case. I tedeschi. Tutti gli uomini di Cervarolo chiamati in questo quadratino di terra. Con l’inganno. E non c’entra il caso o l’equivoco. C’entra la storia delle stragi nazi-fasciste compiute in Italia nel 1944.

Agli uomini di Cervarolo fu detto di rimanere in casa, che nulla sarebbe loro successo. Ma non fu così. Nonostante il giorno prima fosse arrivato un telegramma dove si parlava di “un paese da purificare”. Ma nessuno immaginava si trattasse esattamente di Cervarolo.

Arrivano dunque i tedeschi. Prima si dedicano al saccheggio delle case. Mentre la milizia fascista fa la guardia alle porte dell’abitato. Poi gli stessi soldati tedeschi “bussano” a ogni uscio in cerca di uomini. Quegli stessi cui era stato detto di rifugiarsi dentro le proprie abitazioni. I tedeschi entrano e li portano via. Li riuniscono nell’aia.

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Un po’ nevica quel 20 marzo del 1944 a Cervarolo. Un po’ la neve comincia a sciogliersi. L’inizio della primavera sull’Appennino Tosco Emiliano spesso è così come il giorno in cui vengono trucidati 24 uomini d’ogni età.

Ma la storia dell’eccidio di Cervarolo non finisce qui. Il vero equivoco è quello della sua “riscoperta”. Anzi della scoperta del cosidetto armadio della vergogna nel 1994 in uno scantinato della procura generale militare. Armadio che conteneva più di 600 fascicoli sulle stragi nazi-fasciste. Tra cui anche quelli relativi a Cervarolo.

Altra appendice di questa storia: il processo. Che si è concluso “solo” il 6 luglio 2011 con la condanna di sette ex nazisti. E che si era aperto “solo” nel 2005 presso il Tribunale Militare di Verona.

Montemitro, Molise croato

Montemitro è un borgo del Molise. Il Molise, per chi non lo sapesse, è una regione d’Italia. Non è tanto per dire. Piuttosto è una precisazione necessaria. Perchè in realtà il Molise è una regione abbastanza sconosciuta. Soprattutto ne è sconosciuta la bellezza. In primavera, per esempio, il Molise è verde, verdissimo. Di un verde in alcuni tratti un po’ british. Colline dolci. Paesini dai nomi strani. Come questo: Montemitro. Che poi in realtà sarebbe quasi più corretto dire Mundimitar. Il nome di questo borgo, infatti, è un piccolo equivoco. Senza importanza.

A scavare indietro nella storia di Montemitro si trova un popolo in fuga. Un popolo che in fretta e furia dovette abbandonare la propria terra riuscendo a portar con sè una cosa sola. La meno ingombrante. La lingua.

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Quel popolo in fuga veniva dalla Croazia. E si mise a piantar nuove radici al centro del Molise, carico del solo fardello di parole slave. Ancora oggi a Montemitro si coltiva con una dedizione tutta particolare quella radice linguistica. Diventata una vera e propria minoranza aggrappata con tutte le unghie alla propria antica cultura. Come solo chi lotta per la sopravvivenza sa fare.

Da quel gruppo di profughi venuto via dalla Croazia nel Quindicesimo secolo è nato il primo nucleo di questo borgo, che oggi conta all’incirca cinquecento anime. Forse anche un po’ meno. I cambiamenti in questo pezzettino di terra sono piccoli e lenti, quasi concessi con avarizia dallo scorrere del tempo. Così quella lingua che ha attraversato il Mediterraneo tra la Croazia e l’Italia, ha scavalcato la costa, s’è rifugiata sulle colline, quella lingua che tanto somiglia al croato del Millequattrocento qui vuole ancora essere lingua viva. E lo è. Per tutti gli abitanti di Mundimitar che s’ostinano a parlarla.

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Il segreto, il mistero, l’equivoco forse sta tutto qui: l’essersi adattati quel tanto che bastava all’andare del tempo e dei cambiamenti. Così ci si è – per esempio – inventati parole nuove per esprimere concetti nuovi. Ma pur sempre nella sfera, nell’involucro, di quella lingua antica: il croato del Millecinqucento. E da sempre insegnata ai bambini del borgo.

Che non si creda però che questo aver mantenuto una lingua “altra” abbia fatto di Montemitro un luogo chiuso, isolato, geloso. Al contrario: lo ha reso un posto capace di ascoltare e di accogliere.

Le foto di Montemitro sono state gentilmente concesse da Gabriele Romagnoli

www.mundimitar.it

Capote-Brando. L’intervista e il dubbio

L’anno: 1957. Il giornale: The New Yorker. E già così sarebbe da ricavarci una storia. Poi. L’intervistatore: Truman Capote. L’intervistato: Marlon Brando. E più che una storia a questo punto si sgrana davanti alla fantasia un mondo. Il mondo di quando su questa terra si aggiravano scrittori come Truman Capote e attori come Marlon Brando. E venivano stampati giornali in cui le interviste erano piccoli capolavori senza importanza.

I due si incontrano al quarto piano dell’Hotel Miyako, a Kyoto (Giappone). Brando è lì per girare un film (Sayonara). Capote è lì per intervistare uno degli attori più  famosi e controversi di quegli anni (lui scrittore altrettanto famoso e controverso).

Capote arriva con venti minuti di ritardo. Una ragazza giapponese lo conduce alla camera di Brando. Un’altra ragazza giapponese gli apre la porta. Sorrisi e gentilezza. Albergo giapponese di stile occidentale. Porte scorrevoli di carta. Disordine nelle stanze occupate dall’attore. Qua e là pezzi di frutti smangiucchiati. Libri: opere buddhiste, meditazione zen, misticismo induista. Ma nessun romanzo: Marlon Brando non ne legge dal 3 aprile del 1924. Data che corrisponde al giorno della sua nascita.

Truman Capote osserva ogni più piccolo dettaglio di quella stanza al quarto piano dell’hotel Miyako di Kyoto. Osserva ogni gesto ogni smorfia ogni alzata di sopracciglia dell’uomo che ha davanti. Vuol raccontarlo. Ma pare non aver fretta di farlo. Non ha fretta nemmeno di far domande. Il suo è un gioco di lento avvicinamento letterario. Come temesse la trappola della fascinazione. La pazienza dell’attesa.

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Quel che ne esce fuori non è solo una lezione di stile: la dolorosa bellezza della scrittura di Capote. Ma è soprattutto il ritratto di due uomini. Uno che dovrebbe far domande e non ne fa. L’altro che suo malgrado racconta un po’ della propria vita.

“Gli ultimi otto, nove anni della mia vita sono stati un disastro” dice Brando “Le persone sensibili sono così vulnerabili”…  e l’intervista-racconto si srotola lentamente. Vale la pena leggerla tutta. Perchè è una piccola storia. Che diresti senza importanza. Mentre invece in quel numero del 9 novembre 1957 del New Yorker si faceva la Storia di un nuovo modo di far giornalismo e letteratura insieme. Il cui merito va tutto a Truman Capote.

“… e ascolta” Marlon Brando richiama per un istante Capote che si allontana lungo il corridoio dell’hotel. “Non prestare troppa attenzione a quello che dico. I don’t always feel the same way”. La frase di congedo dell’attore è il Capolavoro dell’Equivoco. Ore a rilasciare un’intervista. L’intervistatore che con pazienza certosina osserva sussurra scruta prende nota. L’intervistato che si apre forse come non mai davanti a uno scrittore venuto fino in Giappone a far il giornalista. Ed ecco che s’insinua quel dubbio.

Ps: a me rimane anche un altro dubbio. Siamo poi così sicuri che Truman Capote abbia scritto la verità?

Per leggere l’intervista integrale:

The Duke in his domain

Lo sbarco (e il museo) dimenticato

Si trova in via Generale Clark. E arrivarci non è facile. Fuori, sulla strada, non c’è nessuna indicazione. Un cartello c’era – dice la ragazza che stacca i biglietti – ma l’ultima tempesta d’acqua e di vento l’ha buttato giù. Nessuno ha avuto tempo – o volontà – di rimetterlo in piedi. Così il museo dello sbarco quasi non esiste. Un museo dimenticato. Anche ad appuntarsi il numero delle persone che lo visita. In una giornata di sole di metà aprile, un sabato, verso le cinque del pomeriggio, il numero è un numero solitario. Quello di chi scrive. Ecco, anche per questo, è un museo dimenticato. Come del resto lo è lo sbarco degli Alleati a Salerno.

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Il 9 settembre 1943 gli Alleati sbarcano nel golfo di Salerno. Operazione Avalanche si chiama. Il mare è calmo quando le barche vengono calate in acqua, alle due di notte. Non c’è un filo di vento.  Il comando delle operazioni viene affidato al generale Mark Clark. La battaglia inizia dopo le tre e mezza.

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Questo è solo l’inizio di quella storia, la storia di uno sbarco che un bel documentario del 2002 ha definito appunto dimenticato. Ma il paradosso – o il piccolo equivoco senza importanza – è quel museo difficile da raggiungere, lontano dal centro di Salerno, un museo nascosto, umile, piccolo piccolo. Che con testardaggine e ostinazione – a dispetto di un cartello buttato giù dal vento – stacca i biglietti al visitatore che  vuole entrare nonostante la giornata di sole e il mare lì davanti. E si gode, nel silenzio, le fotografie d’epoca: mondi e volti in cui inciampare a ogni sguardo.

Per info:

Museo dello Sbarco e Salerno Capitale